Il Dio di Vattimo

Scritto da Andrea Sganga.

 

Fede, spiegano i teologi più preparati, significa originariamente apertura alla conoscenza e alla verità. La fede non è in sé né conoscenza né verità, ma senza fede non c’è né conoscenza, né verità. Ciò è vero anche da un punto di vista laico: senza fede nella ragione umana e nella struttura oggettiva e universale dei processi conoscitivi non c’è alcuna possibilità di conoscere alcunché. Da un punto di vista religioso, senza fede in un Dio di assoluta verità e di eterno amore non c’è alcuna possibilità di salvezza, anche se la verità e l’amore divini, come la conoscenza delle cose, sono infiniti e quindi mai definitivamente e compiutamente attingibili e rappresentabili. Non so se questa premessa fosse proprio necessaria, ma sono sicuro che chi leggerà  questo articolo alla fine le riconoscerà di essere stata almeno utile.    

Vattimo continua ad avere le idee confuse. Egli continua a proporre una fede velleitaria perché troppo caotica sotto l’aspetto emotivo e priva di sano controllo intellettuale e spirituale. Non riesce proprio a capire che la fede in Cristo obbliga ad estirpare da sé vizi ed errori di ogni genere e a mettere in continua discussione la propria integrità morale e la propria tenuta spirituale. Purtroppo continua a giocare con le parole e, per rendere più convincente il suo assunto, adesso (Solo un Dio relativista ci può salvare, in “La Stampa”, 11 maggio 2009) se ne esce con un’altra battuta che per lui è ovviamente una primizia concettuale: «ormai solo un Dio (relativista) ci può salvare» (che riecheggia il titolo di uno dei capitoli, “Un Dio relativista”, del suo nuovo libro “Addio alla verità” pubblicato in questi giorni da Meltemi editore). Come dire: solo un Dio che non pretende di essere amato sulla base di certezze assolute, solo un Dio che non pretende di essere amato per ciò che è ontologicamente ma per il modo in cui ognuno lo percepisce nel suo “vissuto”, può esserci di aiuto e sollevarci lo spirito. Anzi, propone Vattimo, per non scandalizzare troppo (bontà sua!), quel “relativista” può essere cambiato in “chenotico”, per significare che questo Dio, privo di qualsiasi potere (ivi compreso il suo tradizionale potere metafisico-ontologico), è un Dio assolutamente debole, che rinuncia ad ogni potere e accetta di farsi debole come noi e per noi. E’ un Dio che si dona senza porre condizioni, che aspetta solo che l’uomo gli dica di che cosa abbia bisogno per consolarlo e confortarlo.

Ma, leggendo questo libro, si farà presto a scoprire che il tema polemico di fondo è, al solito, una critica alla Chiesa che sarebbe colpevole di reiterare una visione “forte” di Dio, ancora saldamente ancorata ad una concezione astorica ed astratta della divinità stessa. Per Vattimo, la Chiesa non ama ma semplicemente usa Dio per i suoi scopi pseudoreligiosi: «le lotte contro il divorzio, l’aborto, le unioni omosessuali, e poi la diffidenza verso ogni manipolazione genetica anche solo a scopo terapeutico». Tutto ciò, secondo lui, caratterizza principalmente l’opera odierna della Chiesa in aggiunta a tutte le sue note prese di posizione contro la scienza dai tempi di Galileo ad oggi. Per cui si capisce che «oggi le ragioni di chi abbandona il cristianesimo sono sempre più legate alla pretesa ecclesiastica di conoscere la ‘vera’ natura del mondo, dell’uomo, della società». Insomma, quel che la Chiesa continua a non capire è il significato storico progressivo dell’“incarnazione” stessa di Dio: «È’ l’incarnazione intesa come kenosis che si realizza oggi in modo più pieno», scrive Vattimo, «in quanto la dottrina perde tanti elementi di superstizione che l’hanno caratterizzata nel passato, lontano e recente. E la superstizione più grave e pericolosa consiste nel credere che la fede sia ‘conoscenza’ oggettiva; anzitutto di Dio, e poi delle leggi del ‘creato’, da cui derivare tutte le norme della vita individuale e collettiva».

Un Dio chenotico è un Dio libero da ogni irrigidimento dogmatico e da forme dottrinarie definitive ed assolute, insomma è un Dio non cattolico. E’ esattamente cosí: il Dio “relativista”, “chenotico”, “debole”, “leggero”, e probabilmente anche evanescente ed inesistente, di cui parla Vattimo, non è un Dio cattolico. Egli ritiene che «è all’esperienza di un Dio diverso da questo che i cristiani sono chiamati nel mondo della esplicita molteplicità delle culture, a cui non si può più contrapporre, violando il precetto della carità, la pretesa di pensare il divino come assolutezza e come “verità”». Egli ritiene cioè che la salvezza venga da un Dio non cattolico, non universale, non eterno, non assolutamente vero.

Nessuno può impedirgli di pensarlo anche se fraintende in modo grossolano il significato teologico (e scientifico) di alcuni termini-chiave della teologia cristiana tout court quali amore e carità  e anche se non si capisce perché mai qualcuno dovrebbe andare a cercare la propria salvezza in un Dio che non porti alcuna verità e alcuna ragionevole speranza. Ma siamo felici per tutti coloro che confidano nel Dio cattolico, un Dio luminoso ed onnipotente, buono, giusto, sempre forte e sempre debole, sempre implacabile e sempre misericordioso, e soprattutto sempre pronto a perdonare coloro che si dolgono e si pentono realmente della propria stoltezza e delle proprie nefandezze.