Maria e la Risurrezione

Scritto da Francesco di Maria on . Postato in I miei scritti mariani

 

E’ assolutamente vero, e non semplicemente verosimile, quel che sostiene padre Stefano Maria Manelli (Maria, la passione e la resurrezione di suo figlio, in “Zenit” del 5 aprile 2012), mariologo e fondatore dei Francescani dell’Immacolata: nessuno prima e più di Maria di Nazaret ha sperimentato la gioia travolgente della risurrezione di Cristo, la gioia straripante del trionfo sulla disfatta e sulla morte, dell’immortalità sulla mortalità, dell’eternità sulla temporalità. Il Vangelo non lo dice ma, com’è noto, il vangelo non dice tante altre cose della vita e dell’opera di Cristo che, se raccontate, avrebbero potuto riempire diversi libri. Fra le pie donne che si recano al sepolcro di Gesù non figura Maria, ma perché sarebbe dovuta andarci, lei che con fede purissima e incontrastata era l’unica a sapere veramente che il Figlio sarebbe risuscitato al terzo giorno? Aveva forse bisogno come gli altri di vedere il sepolcro vuoto per credere?

Come scrive il biblista Paolo Pietrafesa: «La prima apparizione di Gesù Cristo fu per la Madre sua, quantunque il Vangelo tace su ciò. Lo stesso dice il biblista Carlo De Ambrogio, spiegando che il silenzio del Vangelo è un silenzio di pudore. E risale all’antichissimo Vangelo di Gamaliele (vangelo apocrifo) la prima descrizione dell’apparizione di Gesù Risorto alla Madre» (Ivi). La stessa tradizione dei Padri della Chiesa conferma e trasmette «questa verità storica e teologica della prima apparizione del Risorto unicamente alla sua santissima Madre» (Ivi).

Naturalmente, e non solo tra i non credenti ma tra gli stessi credenti, ci sono sempre stati e ci sono coloro che negano questa verità o che quanto meno la ritengono dubbia, e l’argomento da molti di essi addotto, in tal caso piuttosto scioccamente o ipocritamente, è per l’appunto quello per cui il vangelo non ne parla. Contro questi cristiani scettici già sant’Ignazio di Loyola, alcuni secoli or sono, prese posizione osservando che «il solo dubitare di questa apparizione di Gesù Risorto alla Madre, sarebbe un difetto di intelligenza» (Ivi). Lo stesso papa Giovanni Paolo II, rileva padre Manelli, ha autorevolmente insegnato che «il carattere unico e speciale della presenza della Vergine sul Calvario e la sua perfetta unione con il Figlio nella sofferenza, sembrano postulare una sua particolarissima partecipazione al mistero della risurrezione […], completando in tal modo la sua partecipazione a tutti i momenti essenziali del Mistero pasquale». Del resto, nota ancora padre Manelli, «proprio il sensus fidelium del Popolo di Dio ha sempre avvertito come logico e naturale questo bisogno di Cristo di apparire anzitutto e soprattutto alla sua santa Madre, a Colei che è stata per tutta la vita la socia inseparabile nell’operare la Redenzione universale» (Ivi).

E ancora: «era necessario…che il trionfo del Figlio fosse anticipato a Lei, cosí congiunta a Lei nel dolore, nella lotta e nel trionfo. E chi potrà mai immaginare come sia avvenuto quell’incontro e che cosa sia avvenuto in quell’incontro? Non ci è lecito fantasticare su cose ineffabili. La Resurrezione di Gesù è un fatto divino, umano, cosmico, e porta con sé una immensa gioia, anch’essa divina, umana, cosmica. La Madonna fu ripiena in sovrabbondanza unica di quella gioia nell’abbraccio amoroso al Figlio risorto, e sicuramente si può dire con San Paolo che né occhio umano vide mai, né orecchio umano udì mai, né intelligenza umana comprese mai (...) quel che avvenne tra Madre e Figlio in quell’incontro. Si sa - è vero - che c’è sempre proporzione fra il gaudio e la sofferenza, e anzi è certo che Dio darà sempre con magnanimità e vuole ricompensare “al centuplo” (..) ciò che si fa per Lui. Ma è veramente impossibile, in questo caso, cogliere la misura della gioia provata da Maria Santissima all’apparizione del Risorto, perché ogni misura nei suoi riguardi è pressoché senza misura e, per dirla con San Tommaso d’Aquino, sfiora o tocca l’infinito.

Certamente, se si pensa all’incommensurabile misura delle prove di tutta la vita vissuta da Maria fra stenti e incomprensioni, nel silenzio e nel nascondimento, fino alle prove crudeli della Passione e Morte del Figlio, chi potrà dire quanto grande e smisurata deve essere stata la sua gioia nel suo incontro personale con il Figlio Risorto? Se poi si pensa anche alla misura senza misura dell’amore di Gesù verso la sua divina Mamma e al suo bisogno di ricompensarla delle orribili sofferenze da Lei patite per corredimere l’universo, si potrà forse intuire l’immensità della gioia ineffabile della Beata Madre al primo incontro con il Figlio Risorto» (Ivi).

Maria, ha scritto don Tonino Bello, è colei che ha talmente a che fare con il “terzo giorno” che «non solo è la figlia primogenita della Pasqua, ma in un certo senso ne è anche la madre» (Maria, donna dei nostri giorni, San Paolo, 1993, p. 95). Ed è poi bellissima la preghiera del grande vescovo pugliese: «Santa Maria, donna del terzo giorno, destaci dal sonno della roccia. E l'annuncio che è Pasqua pure per noi, vieni a portarcelo tu, nel cuore della notte. Non aspettare i chiarori dell' alba. Non attendere che le donne vengano con gli unguenti. Vieni prima tu, coi riflessi del Risorto negli occhi e con i profumi della tua testimonianza diretta. Quando le altre Marie arriveranno nel giardino, con i piedi umidi di rugiada, ci trovino già desti e sappiano di essere state precedute da te, l'unica spettatrice del duello tra la vita e la morte. La nostra non è mancanza di fiducia nelle loro parole. Ma ci sentiamo cosí addosso i tentacoli della morte, che la loro testimonianza non ci basta. Esse hanno visto, sí, il trionfo del vincitore. Ma non hanno sperimentato la sconfitta dell'avversario. Solo tu ci puoi assicurare che la morte è stata uccisa davvero, perché l'hai vista esanime a terra.

Santa Maria, donna del terzo giorno, donaci la certezza che, nonostante tutto, la morte non avrà più presa su di noi. Che le ingiustizie dei popoli hanno i giorni contati. Che i bagliori delle guerre si stanno riducendo a luci crepuscolari. Che le sofferenze dei poveri sono giunte agli ultimi rantoli. Che la fame, il razzismo, la droga sono il riporto di vecchie contabilità fallimentari. Che la noia, la solitudine, la malattia sono gli arretrati dovuti ad antiche gestioni. E che, finalmente, le lacrime di tutte le vittime delle violenze e del dolore saranno presto prosciugate come la brina dal sole della primavera.

Santa Maria, donna del terzo giorno, strappaci dal volto il sudario della disperazione e arrotola per sempre, in un angolo, le bende del nostro peccato. A dispetto della mancanza di lavoro, di case, di pane, confortaci col vino nuovo della gioia e con gli azimi pasquali della solidarietà.

Donaci un po' di pace. Impediscici di intingere il boccone traditore nel piatto delle erbe amare. Liberaci dal bacio della vigliaccheria. Preservaci dall'egoismo» (Ivi, pp. 95-96). E, se posso sommessamente aggiungere la mia preghiera, nel momento della morte, Madre, rendici fiduciosi e gioiosi al pensiero di poter risorgere come il tuo santissimo Figlio e di poter scorazzare per sempre nel vostro celeste giardino!