Quale politica oggi per i cattolici?

Scritto da Francesco di Maria.

 

Le cose scritte recentemente sul rapporto tra cattolici e politica da padre Paolo Scarafoni, rettore della Università Europea di Roma, sono in parte sensate e condivisibili, in parte quanto meno discutibili (I cattolici e la politica, Iª parte, in “Zenit” del 13-09-2012). E’ senz’altro giusto affermare che non sempre nella politica italiana in genere e in quella cattolica in modo particolare abbia prevalso «la mentalità della corsa alla carica politica», anche se subito dopo lo studioso cattolico si lascia andare ad affermazioni troppo apodittiche: «La riflessione parte necessariamente dal bilancio positivo di un grande ciclo, di una grande esperienza del cattolicesimo politico: l’eredità da non perdere della grande cultura della mediazione politica cristiana. È importante riconoscere il livello della “grande politica” che si è riusciti a concepire e attuare (ricostruzione nazionale e non di parte; idea dell’Europa; idea della cassa del mezzogiorno; programmazione democratica). È stata messa in atto una grande operazione dello stato. I cristiani hanno fatto bene».

Soprattutto la certezza che «i cristiani abbiano fatto bene», che non abbiano fatto anche male o che i loro eventuali errori non abbiano preparato il terreno allo squallido scenario politico degli ultimi vent’anni, sembra francamente eccessiva rispetto alla realtà dei fatti, anche perché i tratti immorali di una certa mentalità che ha dominato in Italia a cavallo tra la fine del XX secolo e l’inizio del XXI non sono nati nella mente del predecessore dell’attuale presidente del consiglio ma piuttosto nella società italiana governata per lungo tempo e prevalentemente da cattolici benché Berlusconi, lungi dal contrastare quei tratti, li abbia ampiamente rappresentati e legittimati con la sua lunga e teatrale attività politica.

Ai cristiani comunque va certo riconosciuta tra gli anni ’50 e gli anni ’80 una effettiva e ammirevole capacità di mediazione politica; tuttavia, osserva giustamente Scarafoni, «i cristiani anche in Italia dagli anni 80-90 in poi non si sono organizzati bene, non hanno saputo rispondere bene alla vittoria del liberalismo nel mondo. Hanno lasciato penetrare la mentalità egoistica nell’organizzazione sociale e politica e nella vita quotidiana delle famiglie; hanno perso la battaglia nel campo educativo», sebbene «a difendere i poveri» sia rimasta solo la Chiesa (Ivi, 2ª parte del 20-09-2012).

Infatti, egli rileva in modo ineccepibile, «anche la sinistra europea ha ceduto al liberalismo e si è limitata a difendere i privilegi di alcuni gruppi, ma non ha difeso i poveri nel mondo, pensando anch’essa che lo sviluppo sarebbe venuto soltanto dal capitalismo liberale. Di fatto la sinistra ormai ha perso il contatto vero con il popolo. Si è buttata sulle battaglie minoritarie, per lo più contro natura, e per lo più frutto di gruppi di pressione e di élites culturali nei confronti delle quali si è messa in atteggiamento di soggezione e dipendenza culturale (fecondazione artificiale, questioni di genere e matrimoni omosessuali, ecc.). Queste questioni in Italia sono state messe alla prova popolare per la prima volta con il referendum sulla legge 40 e la sinistra è stata battuta, dimostrando di essere ormai lontano dal sentire popolare, perché il popolo non va contro natura in genere» (Ivi).

E’ proprio cosí: la cosiddetta “sinistra” non “sente” più le reali esigenze dei popoli coincidenti innanzitutto con l’assoluta necessità etico-politica di essere adeguatamente difesi dai “poteri forti” del mondo sempre più disinvoltamente impegnati ad affermare la propria egemonia finanziaria e culturale non più solo come in passato sulle aree sottosviluppate del pianeta ma in tutte le aree più progredite del mondo occidentale. Ed è in parte vero che in tutte le parti del mondo la Chiesa cattolica sia «rimasta l’unica voce in difesa dei poveri e dei più deboli», laddove specialmente i cristiani laici, presenti in ogni ambito della vita civile e culturale, non «debbono permettere che la crisi delle democrazie occidentali degenerate in oligarchie diventi la crisi definitiva degli ideali democratici» (Ivi). Cosa denota l’attuale crisi internazionale se non il fallimento di un sistema economico, di un modello sociale, di una visione antropologica dell’uomo e più esattamente di quella visione antropologica che è stata storicamente veicolata dal capitalismo occidentale?

I cristiani più avveduti hanno compreso che la produttività industriale non può essere illimitata e indiscriminata, che la crescita della ricchezza non può essere assicurata aprioristicamente e indipendentemente dalle variabili dei processi economici e dalle “dure repliche della storia”, per usare un’espressione hegeliana, che oltre un certo livello di guardia un modo arbitrario ed iniquo di perseguire il profitto e di distribuire la stessa ricchezza non può che frenare o impedire del tutto il consumo, che concepire esseri umani e società in funzione dell’economia e non viceversa comporta alla lunga una innaturale violazione delle stesse finalità naturali e morali della prassi economica sia pure nella possibile molteplicità e varietà delle sue opzioni. A tutto questo i cristiani devono ormai opporsi risolutamente per mettere al centro di qualsivoglia dibattito su economia e finanza, su sviluppo e produttività, su distribuzione e consumo di beni, su riforme sociali e modernizzazione della politica, su riforma dello Stato e nuovi istituti sociali, l’autonomia e la libertà personali «nella verità e nella relazionalità» (Ivi, 3ª parte del 27-09-2012), perché «se non c’è questo gli uomini si trasformano in mezzi per una certa idea di progresso che favorisce alcuni; e quindi vengono negate le libertà, e c’è l’asservimento di molti a pochi che conoscono tutto e decidono tutto. Sono caduti in questa tentazione perfino gli americani. Sono le così dette lobby e potentati economici e finanziari transnazionali che “possiedono le soluzioni per tutto”. Normalmente queste ideologie e organizzazioni interpretano le situazioni di sottosviluppo come necessità storiche e strutturali per i loro fini. Anche a livello sociale ora incolpano, per esempio, le aspirazioni delle classi popolari a dare ai propri figli l’opportunità di un livello più alto, come un errore storico contro le leggi economiche, che causa la difficoltà attuale del capitalismo nei paesi sviluppati. Si tratta di interpretazioni tendenziose…La tendenza all’unificazione del genere umano non deve significare un asservimento, una diminuzione della libertà e dell’autonomia. Abbiamo avuto esperienze molto negative, ma la tentazione continua ad essere forte con altri strumenti, specialmente con la comunicazione e l’appiattimento culturale, che sopprime perfino le espressioni autentiche della natura umana» (Ivi).

I cristiani non possono accettare questa realtà, o meglio devono accettarla solo per denunciarla e cambiarla in funzione delle specifiche e universali esigenze di tutta l’umanità. Non è possibile continuare ad assecondare disegni di gruppi privati che perseguono per sé fini di benessere, di potere e di felicità, senza preoccuparsi se non retoricamente e demagogicamente del “bene comune”. E la forza evangelica del Cristianesimo dovrebbe indurre i cristiani a compiere scelte “radicali” su tutte quelle questioni dalle quali dipende direttamente la tutela o la violazione dei diritti storico-naturali della dignità della persona e della comunità (Ivi, 4ª parte del 4-10-2012).

Perfetto. Ma, per quanto lodevoli, né la critica antiliberista, né il rifiuto di una globalizzazione spersonalizzante attuata nel nome dei mercati e di reali ma sconosciute potenze finanziarie mosse da un’ambigua e pericolosa ideologia “mondialista”, né il forte richiamo al bene comune che, in quanto tale, non può essere meramente edonistico, utilitaristico e mercantile, sembrano sufficienti per organizzare una nuova strategia di impegno o di lotta politica volta a ridimensionare drasticamente il primato dell’economico e del finanziario e a rilanciare il primato dell’etico e del politico depurati da ogni reale o possibile mistificazione. Perché? Perché per lavorare realisticamente e concretamente e non genericamente e astrattamente al recupero della persona e insieme della società, della persona libera e responsabile all’interno di una società più giusta di quella odierna, non bastano analisi pure profonde e acute di natura prevalentemente morale ma si rendono necessarie analisi sociali più spregiudicate, più specifiche, più “scientifiche”, analisi capaci di produrre diagnosi più precise, di individuare i punti morti del sistema e di sostituirli con nuovi meccanismi, regole, procedure, più funzionali ad uno sviluppo economico sostenibile e ad istanze sociali forse da verificare e da correggere ma non indefinitamente rinviabili di difesa e valorizzazione delle diverse forme di lavoro già esistenti.

L’anticapitalismo cattolico (o almeno l’anticapitalismo di certi settori di cattolicesimo avanzato), proprio per questo difetto di criticità razionale o di “scientificità”, resta piuttosto utopico, nel senso che alla fine sembra orientarsi più verso un tradizionale ripiegamento su valori pure necessari di responsabilità personale e sociale che non verso una ricerca rigorosa di inediti e originali valori di liberazione personale e sociale. Come osservava giustamente molti anni or sono un filosofo marxista italiano sempre molto attento alle vicende e alle problematiche del cattolicesimo contemporaneo, con un anticapitalismo cattolico cosí sentito ma anche cosí vago e generico, e che nelle sue espressioni più alte e consapevoli ha certamente il merito di non accettare la complessiva realtà storica esistente, cosa si può costruire? «Come spostare davvero, con esso, la coscienza sociale del paese? Una maggiore familiarità con il sapere scientifico consentirebbe, non dico di elaborare, cosa cui forse una Chiesa non è tenuta, ma di segnalare progetti di cambiamento meno esclusivamente morali, meno appellantisi soltanto a una ristrutturazione delle coscienze morali, insomma più determinatamente critici. Se conosco scientificamente il mondo, le sue strutture, le sue condizioni, posso fare ipotesi di cambiamento che siano non di criticismo assoluto e radicale», e quindi ipotesi destinate a prospettare pur sempre forme utopiche di cambiamento, «ma, appunto, di criticismo possibile, fattibile» (A. Zanardo, La sfida morale. Intervista di A. M. Baggio con Aldo Zanardo, in “Nuova Umanità”, 1989, n. 62, 2, pp. 65-66).

Sono osservazioni legittime che i cristiani, specie se “intellettuali”, non possono non raccogliere e non utilizzare nei modi più opportuni. In caso contrario, e fatta salva sia la buona fede sia una non occasionale onestà di intenti quali quelli manifestati dal rettore dell’Università Europea, non si rischia di rimanere nei confini di un moralismo cattolico che, per quanto utile e generoso, non appaia mai suscettibile di trasformarsi in un’etica pubblica realmente corrosiva della corruzione e del malaffare di cui oggi più che mai si nutre la prassi politica in generale?

E, in questo senso, può ritenersi frutto di uno studio profondo e di riflessioni esaustive il ritenere che Marx abbia «fallito sull’uomo» in modo totale (I cattolici e la politica, 4ª parte, cit.)? Non è anche per questo che poi si incorre in una sorta di incongruenza logica che non può non appannare il vigore stesso della protesta morale e religiosa, allorché si dichiara che il bene comune, in quanto esso «richiede di promuovere ciò che favorisce tutti», potrebbe per ciò stesso «non essere immediatamente favorevole al singolo» (parte 3ª, cit.).

Cosa significa un’affermazione del genere? Che anche nel caso in cui per molti decenni il bene comune in un determinato paese non abbia coinciso almeno tendenzialmente con «ciò che favorisce tutti» ma solo con ciò che favorisce la parte economica e sociale già più ricca, ci si troverebbe di nuovo costretti a non battere ciglio di fronte all’ennesima politica governativa rigorosamente orientata al bene comune che proprio per questo potrebbe «non essere immediatamente favorevole» a tutti quei singoli che erano già stati sfavoriti, per lo stesso motivo nominale, in tutte le precedenti tornate governative? Chi sono questi “tutti”? Chi è questo “singolo”? Vogliamo uscire dalle astrazioni o dobbiamo far finta come cattolici di essere ammirati per un ragionamento pieno di apparente passione evangelica ma privo di conclusioni sufficientemente chiare, pregnanti e coinvolgenti?

Certo, Marx ha fallito sull’uomo in quanto intendeva liberare l’uomo togliendogli la fede in Dio, sia pure alla luce di una stringente e non del tutto insignificante storicizzazione del fenomeno religioso e cristiano, ma per certi aspetti non inessenziali alla storia stessa dell'umanità egli non ha fallito, perché, studiando “scientificamente” gli specifici meccanismi di funzionamento del modo di produzione capitalistico e tutte le aberrazioni tipiche della società ad esso connessa, ha consentito ad ingenti masse popolari di lottare con precisa cognizione di causa per la loro liberazione storica e a molti cattolici di cogliere importanti implicazioni inespresse della loro stessa fede.     

Marx ha fallito sull’uomo perché senza Dio e senza il Cristo del vangelo non c’è analisi scientifica o teoria della rivoluzione che possano liberare l'uomo dalle contraddizioni laceranti della sua finitezza storico-esistenziale, ma, forse suo malgrado, nel mettere a disposizione di tutti gli uomini e le donne di buona volontà, a cominciare dal popolo cattolico, preziosi strumenti di analisi e di azione che nulla aggiungono alla potenza della fede in Cristo ma che almeno i cattolici impegnati in politica sarebbero tenuti a conoscere (allo stesso modo di un cristiano che non può svolgere la professione medica solo in virtù della sua fede in Cristo) per evitare errori marchiani di valutazione e scelte economiche e politiche di fatto incompatibili sia con le idealità evangeliche sia con gli stessi ideali della democrazia e della giustizia tout court, egli fu un docile strumento nelle mani dello Spirito Santo, che, com’è noto, “soffia dove vuole”.