Francesco contro omologazione e ingiustizia sociale

Scritto da Francesco di Maria.

 

Papa Francesco teme molto il “pensiero unico”, la “globalizzazione dell’uniformità egemonica”, che, nel nome di un progressismo male inteso e decisamente infantile, tendono a privare i popoli delle proprie tradizioni e delle proprie identità nazionali (La fedeltà a Dio non si negozia, in “L’Osservatore Romano” del 18-19 novembre 2013). Questo timore deriva dal fatto che, oggi come ieri, esistono nel mondo dei poteri e degli uomini scellerati, spesso occulti, capaci di esercitare una “persuasione intelligente”: quella per cui converrebbe che ogni popolo non resti chiuso in se stesso ma si apra a tutti gli altri popoli stipulando con essi alleanze, patti, accordi o trattati, e condividendone princípi, valori, modelli morali e culturali, stili di vita, in modo da cooperare alla creazione di un unico grande popolo con istituzioni giuridico-legislative, strumenti fiscali e monetari, organi di controllo politico e sociale, credenze religiose e costumi sociali sempre più uniformi e omogenei ma al tempo stesso sempre più rispondenti ad una precisa logica egemonica e certo non disinteressata di potere.

Papa Francesco ha espresso questa preoccupazione durante un’omelia dedicata al primo libro dei Maccabei, e più esattamente a quella triste pagina biblica in cui si legge che buona parte del popolo di Dio volle trattare con un re pagano e preferí allontanarsi dai precetti divini per lungo tempo coltivati nel quadro di sane abitudini e tradizioni religiose per seguire un’idea del tutto illusoria di benessere e di progresso sociale. Anche allora accadde che, come ha spiegato il papa, alcuni dicessero: «"Andiamo e facciamo alleanza con i popoli che ci stanno intorno. Non possiamo essere isolati" né fermi alle vecchie nostre tradizioni. “Facciamo alleanze perché da quando ci siamo allontanati da loro ci sono capitati molti mali"» (ivi).

Questo modo di ragionare, ha ricordato il Papa, fu considerato buono tanto che alcuni «presero l'iniziativa e andarono dal re, a trattare con il re, a negoziare». Costoro, ha aggiunto, «erano entusiasti, credevano che con questo la nazione, il popolo d'Israele sarebbe diventato un grande popolo» (ivi). Certo, ha notato il pontefice, «non si posero il problema se fosse più o meno giusto assumere questo atteggiamento progressista, inteso come un andare avanti a ogni costo. Anzi essi dicevano: "Non ci chiudiamo. Siamo progressisti". È un po' come accade oggi, ha notato il vescovo di Roma, con l'affermarsi di quello che ha definito "lo spirito del progressismo adolescente" secondo il quale, davanti a qualsiasi scelta, si pensa che sia giusto andare comunque avanti piuttosto che restare fedeli alle proprie tradizioni. "Questa gente - ha proseguito il Papa tornando al racconto biblico - ha trattato con il re, ha negoziato. Ma non ha negoziato abitudini... ha negoziato la fedeltà al Dio sempre fedele. E questo si chiama apostasia. I profeti, in riferimento alla fedeltà, la chiamano adulterio, un popolo adultero. Gesù lo dice: "generazione adultera e malvagia" che negozia una cosa essenziale al proprio essere, la fedeltà al Signore". Forse non negoziano alcuni valori, ai quali non rinunciano; ma si tratta di valori, ha notato il pontefice, che alla fine sono talmente svuotati di senso da restare soltanto "valori nominali, non reali"» (ivi).

Già, anche oggi ci sono alcuni che spingono insistentemente verso la sottomissione ad un potere non più visibile come era il re del racconto biblico ma ugualmente reale e probabilmente ancor più pericoloso, verso  idee di globalizzazione economica e finanziaria sempre più massiccia, verso una unificazione sempre più rigida di leggi, monete, normative giuridiche, politiche sociali, forze armate, modi di pensare, fedi religiose, e insomma verso un nuovo ordine mondiale in cui ogni popolo abbia l’illusione di diventare più grande, proprio com’era capitato al popolo di Israele, ma nella cui indistinta unicità in realtà ogni popolo sia destinato a sparire completamente rinunciando alla propria indipendenza, alla propria libertà e dignità, alla propria fedeltà religiosa.

Questo mondialismo mondano, che si nutre di un falso universalismo e di un generico e ingannevole umanitarismo, è espressione di una mentalità e di una ideologia pagane che puntano principalmente a detronizzare il vecchio, unico e sempre fedele Dio cristiano per sostituirlo con una nuova, unica e sempre volubile divinità: il disonesto denaro che, prelevato arbitrariamente e sistematicamente dai redditi, dai salari e dalle pensioni di milioni di lavoratori o di semplici cittadini non tutelati adeguatamente dai loro governi ormai proni ai nuovi poteri internazionali e completamente incapaci di salvaguardare i legittimi interessi nazionali, viene usato a vantaggio esclusivo di gruppi sempre più ristretti di potere e viene altresì impiegato per condizionare pesantemente il destino dei popoli e ridurre quest’ultimi in tutti i sensi a nient’altro che ad uno stato di schiavitù.

Anche oggi, gli uomini e i popoli di fede devono stare attenti, ammonisce il papa, a non seguire lo “spirito del mondo” e a non voltare le spalle al Signore come aveva fatto Israele, per evitare di finire e restare ancora una volta schiavi e privi della protezione divina. Ora, assuefarsi a queste dinamiche di potere in atto, a queste continue sollecitazioni autoritarie che vengono veicolate e amplificate a tamburo battente da molti massmedia, e adeguarsi in modo sempre più arrendevole sia ad istanze e richiami di un’alta finanza internazionale che si erge spudoratamente ad arbitro della storia dell’umanità, sia e in pari tempo a modelli etico-sociali basati unicamente o prevalentemente sul principio individualistico del profitto, del guadagno a tutti i costi, e su criteri sempre più produttivistici e utilitaristici e sempre meno solidaristici, significa sottoporsi pericolosamente a vere e proprie tentazioni demoniache volte a depotenziare il senso morale, spirituale e religioso dell’umanità e a strappare a Dio il governo giusto e misericordioso del mondo da lui stesso creato e successivamente redento per mezzo di Cristo. Ma dovrebbe esser chiaro per i cristiani che non si può assecondare il demonio nel suo tentativo ultramillenario di sconfiggere Dio.

Non è stringendosi nelle spalle in segno di rassegnazione e di resa, non è rinunciando a lottare al cospetto di eventi irrazionali e disumanizzanti apparentemente irreversibili e insuperabili che gli uomini di fede potranno testimoniare la loro fede religiosa e continuare ad adorare rettamente il Signore, perché, come il papa ha recentemente sottolineato, la religione, la fede non sono affatto una “cosa privata”; esse hanno senso se vengono manifestate pubblicamente, se hanno un’incidenza sulla vita pubblica della comunità o della società. Non è possibile essere uomini di fede in privato e uomini che in pubblico vivono secondo la falsa e immorale “ragionevolezza” del mondo, non è possibile obbedire ai poteri del mondo e alla conformistica massificazione delle coscienze da essi indotta e al tempo stesso adorare il Signore.

Non ci si accorge come tra crescenti diktat economico-finanziari e pressanti richieste di laicizzazione esasperata di tutti gli ambiti della vita civile e culturale, in realtà si stia facendo prepotentemente strada, persino nella coscienza di tanti uomini e donne di sicura integrità e di provata fede, la inconsapevole o supina accettazione del «divieto di adorare Dio» (Papa Francesco, La fede non è mai un fatto privato, in “L’Osservatore Romano del 29 novembre 2013). Ma questo divieto «è il segno di una "apostasia generale", è la grande tentazione che prova a convincere i cristiani a prendere "una strada più ragionevole, più tranquilla", obbedendo "agli ordini dei poteri mondani" che pretendono di ridurre "la religione a una cosa privata". E soprattutto non vogliono che Dio sia adorato "con fiducia e fedeltà"» (ivi).

Orbene, non dobbiamo avere «paura, soltanto Lui ci chiede fedeltà e pazienza. Fedeltà come Daniele, che è stato fedele al suo Dio e ha adorato Dio fino alla fine. E pazienza, perché i capelli della nostra testa non cadranno. Cosí ha promesso il Signore. Questa settimana ci farà bene pensare a questa apostasia generale, che si chiama divieto di adorazione e domandarci: ‘Io adoro il Signore? Io adoro Gesù Cristo, il Signore? O un po’ metà e metà, faccio il gioco del principe di questo mondo?’. Adorare fino alla fine, con fiducia e fedeltà: questa è la grazia che dobbiamo chiedere questa settimana» (ivi).

Qui, beninteso, non si vogliono proporre implicitamente né soluzioni economiche di natura pauperistica e regressiva, né ricette etico-sociali di natura grettamente tradizionalistica e farisaica, ma è di tutta evidenza che i cristiani non possono tenere il loro spirito caritatevole e comunitario relegato negli angusti limiti di una parrocchia o di una diocesi, nella quotidiana e spesso meccanica partecipazione alla liturgia eucaristica, senza mai mettere in discussione i propri rapporti interpersonali e il proprio modo di pensare e di vivere nel mondo e senza mai dubitare nel migliore dei casi di coltivare una fede meramente intimistica e completamente indifferente ai gravi dissesti materiali e spirituali incombenti ormai su gran parte del genere umano non per volontà di Dio ma per volontà degli uomini.

Se non si capisce che le persecuzioni anticristiane non sono solo quelle cruente dei tempi di Diocleziano o quelle violente ancor oggi esercitate in alcune parti del mondo nei confronti di tanti nostri eroici fratelli e sorelle di fede, ma anche quelle più subdole e silenziose che derivano dai reiterati tentativi di alcune potenze mondane di fare piazza pulita a livello planetario della fede cristiana come dei suoi simboli e dei suoi valori, si è solo credenti colpevolmente ingenui ed impreparati ai compiti di testimonianza spirituale e religiosa affidati da Cristo ad ognuno di noi. I cristiani non possono essere spettatori passivi degli avvenimenti del mondo ma sono tenuti a lavorare attivamente e fattivamente ad un regno di giustizia e d’amore e non già ad un regno di iniquità e di violenza. Né possono rendersi complici silenziosi di tutti i processi disumanizzanti che, seppur nel nome della civiltà e della prosperità collettiva, in tante parti del mondo tendono a proliferare.

I cristiani devono opporsi all’omologazione delle intelligenze, delle sensibilità, dei punti di vista e persino dei gusti soggettivi, mentre devono impegnarsi per ridurre le molte ineguaglianze morali e sociali che la globalizzazione economico-finanziaria ha prodotto. E’ molto bella l’immagine alla quale è ricorso il papa per rendere chiaro e ineccepibile il suo pensiero: «la sfera e il poliedro. La sfera può rappresentare l’omologazione, come una specie di globalizzazione: è liscia, senza sfaccettature, uguale a se stessa in tutte le parti. Il poliedro ha una forma simile alla sfera, ma è composta da molte facce. Mi piace immaginare l’umanità come un poliedro, nel quale le forme molteplici, esprimendosi, costituiscono gli elementi che compongono, nella pluralità, l’unica famiglia umana. E questa sí è una vera globalizzazione. L’altra globalizzazione –quella della sfera– è una omologazione» (Messaggio di papa Francesco per il terzo festival della dottrina sociale della Chiesa, Verona 21-24 novembre 2013).

Mentre il riconoscimento delle differenze porta a valorizzare le persone, l’omologazione, il conformismo, la massificazione delle coscienze portano invece a sminuire o ad annullare la possibile originalità creativa e la dignità delle persone stesse e introducono sostanzialmente ad una “logica dello scarto”. In effetti, giovani e vecchi sono considerati “scarti” in quanto spesso non rispondenti alle odierne spietate logiche produttivistiche e ad utili criteri di investimento. Gli uni e gli altri sono ritenuti “passivi”, perché soggetti che, sia pure per motivi diversi, non producono nell’economia di mercato, benché i giovani per la forza che hanno e i vecchi per la saggezza che hanno acquisito sono portatori di grande ricchezza essendo proprio i due pilastri fondamentali del futuro di un popolo (ivi).

Una società che non riesca a trovare lavoro per i suoi giovani e ad utilizzare la saggezza dei suoi vecchi, è una società moribonda o destinata ad estinguersi: per questo avrebbe non solo il dovere ma tutto l’interesse di prendersi cura degli uni e degli altri. Non è che allora occorra dichiarare guerra ai manager che lavorano nella finanza e nel mondo economico o al mercato stesso, ma certo è necessario che i primi si impegnino, secondo nuove regole scritte di comportamento e secondo nuovi e più ragionevoli parametri retributivi, ad usare il denaro per il bene comune, e che nel mercato entrino ad operare soggetti autonomamente capaci (o condizionati da leggi più severe di quelle attuali ad essere capaci) di mettere al centro di ogni attività di scambio la dignità della persona e non il profitto ad ogni costo e quindi l’idolo del denaro (ivi). 

In particolare, secondo la dottrina sociale della Chiesa, osserva papa Francesco, un’economia sana non potrà non «farsi carico dei disoccupati, delle fragilità, delle ingiustizie sociali» e non potrà sottostare «alle distorsioni di una visione economicistica» (ivi). Il che significa che, contrariamente a quel che oggi generalmente si pensa, la solidarietà e la cooperazione devono diventare o tornare ad essere fattore di progresso economico e sociale. Non sarà questa una strada per facili e cospicui guadagni individuali, ma sarà certo la strada, forse faticosa ma sicura, che può portare all’eguaglianza e ad una eguaglianza nelle differenze e nella valorizzazione delle capacità di ognuno secondo i meriti e i bisogni di ciascuno (ivi).

Nella sua esortazione apostolica “Evangelii Gaudium” (24 novembre 2013), papa Francesco ha ben sintetizzato il pensiero della Chiesa in relazione alla questione economica, sociale e politico-culturale del nostro tempo. Noi viviamo in un’epoca segnata dall’incontrastato predominio di «ideologie che difendono l’autonomia assoluta dei mercati e la speculazione finanziaria. Perciò negano il diritto di controllo degli Stati, incaricati di vigilare per la tutela del bene comune. Si instaura una nuova tirannia invisibile, a volte virtuale, che impone, in modo unilaterale e implacabile, le sue leggi e le sue regole. Inoltre, il debito e i suoi interessi allontanano i Paesi dalle possibilità praticabili della loro economia e i cittadini dal loro reale potere d’acquisto. A tutto ciò si aggiunge una corruzione ramificata e un’evasione fiscale egoista, che hanno assunto dimensioni mondiali. La brama del potere e dell’avere non conosce limiti. In questo sistema, che tende a fagocitare tutto al fine di accrescere i benefici, qualunque cosa che sia fragile, come l’ambiente, rimane indifesa rispetto agli interessi del mercato divinizzato, trasformati in regola assoluta».

Il risvolto pratico, fattuale, di questo particolare strapotere ideologico, in buona parte condiviso e avallato da buona parte delle classi politiche e governative di molti Stati, è dato dal fatto che porzioni sempre più grandi di umanità vivano ormai in una condizione di permanente precarietà, da cui deriva il proliferare di patologie spesso mortali, l’irrompere persino nei cosiddetti paesi ricchi di un senso di disperazione e di sfiducia nella politica e nella legge, di una violenza sempre più diffusa e di una ingiustizia sociale sempre più evidente. Accade sempre più spesso che, per vivere o sopravvivere si debba lottare e sempre più frequentemente in competizione con altri soggetti non necessariamente più fortunati.

Allora qui è arrivato il tempo che almeno i cattolici prendano fermamente posizione contro questo stato di cose: poiché le persone si possono uccidere in tanti modi, il comandamento del “non uccidere” deve essere necessariamente riferito anche a quella “economia dell’esclusione e dell’inequità” che ha già prodotto molte vittime e che non potrà che provocare la morte di moltissime altre persone.

E’ impressionante la capacità logico-concettuale del papa di fotografare alcuni aspetti assolutamente veritieri di una realtà resa sempre più tragica da una spietata e cinica volontà umana di arricchimento e sopraffazione e in pari tempo da una altrettanto colpevole non volontà umana di opporre a tanta arroganza una dignitosa e lucida resistenza: «Non è possibile che non faccia notizia il fatto che muoia assiderato un anziano ridotto a vivere per strada, mentre lo sia il ribasso di due punti in borsa. Questo è esclusione. Non si può più tollerare il fatto che si getti il cibo, quando c’è gente che soffre la fame. Questo è inequità. Oggi tutto entra nel gioco della competitività e della legge del più forte, dove il potente mangia il più debole. Come conseguenza di questa situazione, grandi masse di popolazione si vedono escluse ed emarginate: senza lavoro, senza prospettive, senza vie di uscita. Si considera l’essere umano in se stesso come un bene di consumo, che si può usare e poi gettare. Abbiamo dato inizio alla cultura dello “scarto” che, addirittura, viene promossa. Non si tratta più semplicemente del fenomeno dello sfruttamento e dell’oppressione, ma  di qualcosa di nuovo: con l’esclusione resta colpita, nella sua stessa radice, l’appartenenza alla società in cui si vive, dal momento che in essa non si sta nei bassifondi, nella periferia, o senza potere, bensí si sta fuori. Gli esclusi non sono “sfruttati” ma rifiuti, “avanzi”» (ivi).

Quella storia di un libero mercato che avrebbe in se stesso gli anticorpi per rimediare alle crisi del sistema economico e che sarebbe capace automaticamente di produrre rimedi ad eventuali errori commessi nella gestione delle forze economiche e finanziarie, ha stancato! Quelli che non hanno ancora deciso di mettere a tacere per opportunismo o per viltà la propria coscienza, non possono non sentirsi obiettivamente stanchi dal punto di vista morale e spirituale, né possono demandare continuamente ad altri un impegno politico che altri non si assumono o svolgono decisamente male.

Essi non possono più fingere di non vedere e non capire: «l’adorazione dell’antico vitello d’oro (cfr Es 32,1-35) ha trovato una nuova e spietata versione nel feticismo del denaro e nella dittatura di una economia senza volto e senza uno scopo veramente umano. La crisi mondiale che investe la finanza e l’economia manifesta i propri squilibri e, soprattutto, la grave mancanza di un orientamento antropologico che riduce l’essere umano ad uno solo dei suoi bisogni: il consumo» (ivi), e da questa situazione a trarne notevoli e anche indebiti vantaggi è un numero sempre più ristretto di persone mentre sempre più ampio è il numero di famiglie, di lavoratori, di semplici individui drasticamente “esclusi” da un «sistema sociale ed economico», che, afferma il papa, «è ingiusto alla radice» (ivi).

La “nuova evangelizzazione” annunciata dalla Chiesa cattolica non può non riguardare anche e forse innanzitutto la politica, in un momento in cui «in molte parti del mondo, le città sono scenari di proteste di massa dove migliaia di abi­tanti reclamano libertà, partecipazione, giustizia e varie rivendicazioni che, se non vengono ade­guatamente interpretate, non si potranno mette­re a tacere con la forza» (ivi), ed appare non più solo opportuno ma necessario che uno stuolo di cattolici impregnati di sapienza e spirito evangelico scendano coraggiosamente nell’arena politica per dare voce e conforto a milioni di esseri umani senza voce e senza rappresentanze credibili. 

Con papa Francesco essi non dovranno sentirsi populisti se riterranno che la fede in Cristo non implichi affatto la fede o l’obbligo di credere nel mercato. La preghiera e l’auspicio di papa Francesco dovranno essere o diventare anche la loro preghiera e il loro auspicio: «Chiedo a Dio che cresca il numero di politici capaci di entrare in un autentico dialogo che si orienti efficacemente a sanare le radici profonde e non l'apparenza dei mali del nostro mondo. La politica, tanto denigrata, è una vocazione altissima, è una delle forme più preziose della carità, perché cerca il bene comune», ed è «indispensabile che i governanti e il potere finanziario alzino lo sguardo e amplino le loro prospettive, che facciano in modo che ci sia un lavoro degno, istruzione e assistenza sanitaria per tutti i cittadini. E perché non ricorrere a Dio affinché ispiri i loro piani? Sono convinto che a partire da un'apertura alla trascendenza potrebbe formarsi una nuova mentalità politica ed economica che aiuterebbe a superare la dicotomia assoluta tra l'economia e il bene comune sociale» (ivi).

Certo, da soli anche questi auspicabili cattolici genuinamente evangelici non potranno fare tutto: «”abbiamo bisogno dell'aiuto del Signore, abbiamo bisogno dello Spirito Santo per capire i segni dei tempi”, dice ancora papa Francesco» (Omelia nella “Casa di Santa Marta”, Pensiero libero, in “L’Osservatore Romano” del 30 novembre 2013). Infatti «è proprio lo Spirito a donarci "l'intelligenza per capire". Si tratta di un regalo personale fatto a ogni uomo, grazie al quale "io devo capire perché accade questo a me" e "qual è la strada che il Signore vuole" per la mia vita. Da qui l'esortazione conclusiva a "chiedere al Signore Gesù la grazia che ci invii il suo spirito di intelligenza", affinché "non abbiamo un pensiero debole, un pensiero uniforme, un pensiero secondo i nostri gusti", ma "soltanto un pensiero secondo Dio". E "con questo pensiero - di mente, di cuore e di anima - che è dono dello Spirito", bisognerà cercare di capire "cosa significano le cose, di capire bene i segni dei tempi"» (ivi), portando avanti la propria testimonianza anche sul piano politico.