Charles Péguy: un "cristiano irregolare"

Scritto da Francesco di Maria.

 

Chi, pur professandosi cristiano, non si sente realmente ferito dal peccato, non geme per la miseria o la grettezza, le turpitudini o i crimini che in un modo o nell’altro abitano nel suo cuore, non vuole mai diventare seriamente consapevole delle fonti peccaminose della sua sofferenza e della sua insoddisfazione esistenziale lasciando che tutto scivoli sull’armatura delle sue consolidate abitudini mentali; chi, pur in regola da un punto di vista sacramentale, si sente una persona perbene, una brava persona o una persona degna per via della sua apparente autosufficienza spirituale e di una sua presunta coerenza morale, e si sente gratificato più dal bene che crede di fare che dalla capacità ricevuta in grazia da Dio di saper e voler lottare umilmente contro il male che continua ad esistere in lui; chi, pur operando in modo efficiente ai vari livelli della comunità ecclesiale, non si è mai veramente impegnato perché il suo incontro con Cristo fosse in effetti un incontro tra i suoi peccati non solo elencati ma intimamente riconosciuti in ineccepibile spirito di pentimento e contrizione e il sangue di Cristo che salva, non si è ancora incontrato con Cristo e rischia di non incontrarlo mai. Questo concetto fa parte della predicazione di papa Francesco, ma la dinamica psicologica e spirituale descritta attraverso questo concetto era anche quella sperimentata personalmente, nella sua singolare esperienza di vita di “cristiano irregolare”, da un grande intellettuale francese, morto un secolo fa: Charles Pèguy.

Fu un “cristiano irregolare”, nel senso che la sua fede non fu acquisita definitivamente attraverso l’educazione religiosa ricevuta in famiglia e in parrocchia nella prima infanzia e attraverso un’esperienza relativamente lineare e tranquilla di studio e di vita ma fu persa e sempre riconquistata attraverso tempestose e drammatiche vicende esistenziali e spirituali che lo condussero, in virtù della sua non comune sensibilità critica, ad una concezione anticonformista e profetica della stessa fede cristiana.

Il socialismo della prima fase della sua vita lo delude per i suoi piani demagogici e le sue implicazioni sempre più vistosamente totalitarie, cosí come lo deludono quei sindacalisti anarchici e quegli intellettuali agnostici o atei a lungo frequentati che nella Chiesa non vedevano altro che un rottame di Antico Regime e un sostegno ideologico del capitalismo borghese. Persino la moglie, atea di idee comunarde, da cui, nonostante le forti pressioni ricevute da personalità e da ambienti cattolici tradizionalisti, egli non volle separarsi soprattutto per via dei loro tre figli spesso soggetti a malattia (un quarto figlio sarebbe nato dopo la morte di Charles), contribuisce a suscitare in lui un sempre più acuto profondo bisogno di liberazione da tanto sciatto pressapochismo e da un anticlericalismo preconcetto ed esasperato che finiva per gettare discredito persino sulle grandi luci e sui grandi meriti civili e culturali della civiltà cristiana. Questo non significa che, una volta tornato senza clamori propagandistici e in modo del tutto disinteressato a Cristo, mancasse di prendere le distanze da certo falso e ipocrita devozionismo religioso e dal fariseismo non di rado presente in certe pratiche clericali.

Peraltro, divenuto cristiano, egli non rinnegò mai il suo socialismo, sempre altro sia rispetto al socialismo statalista e totalitario sia rispetto al socialismo estremista e utopistico di matrice anarchica sia anche rispetto ad un socialismo revisionista che finiva per annacquare le più profonde istanze socialiste di cambiamento morale e sociale; un socialismo “anomalo” che per la sua coerenza e limpidezza sarebbe tanto piaciuto ad Antonio Gramsci il quale avrebbe definito Péguy come “questo scrittore che tanto amiamo”, soprattutto per l’esigenza profetica da lui espressa di collegare la causa del socialismo a quella del progresso materiale e morale del popolo francese in una prospettiva di ripudio del valore borghese del denaro.

Anche come cristiano continuò ad essere “anomalo”, “irregolare”, perché, soprattutto in tempi in cui il magistero della Chiesa o quanto meno le sue modalità comunicative erano ancora non solo lontane da prese di posizione cosí “eversive” come quelle attualmente espresse da papa Francesco sul piano sociale e politico ma persino funzionali a pratiche etico-politiche di tipo quietistico e quindi anche alla perpetuazione di iniqui assetti di potere (il rispetto formale dei doveri coniugali, la frequentazione dei sacramenti e la partecipazione domenicale alla Santa Messa, l’obbedienza alle autorità costituite, il moderatismo politico che in molti casi era solo un aspetto di posizioni sostanzialmente conservatrici o reazionarie, erano le cose grosso modo richieste dal vademecum del buon cristiano), Péguy veniva coltivando la sua fede in Cristo come fede nell’impegno evangelico a rivoltarsi radicalmente anche se pacificamente contro quello che Emmanuel Mounier, che ne avrebbe ereditato lo spirito critico e combattivo, chiamava “il disordine costituito”.

Per Péguy il cristiano che trascura la terra pensando solo al cielo, non potrà essere né lievito della prima né testimone e cittadino del secondo, mentre il laico che trascura il cielo pensando solo alla terra, si negherà la speranza di veder realizzata quella perfetta giustizia che sempre e necessariamente travalica i limiti di qualsivoglia opera storica. Nella vita cristiana il cielo e la grazia celeste non soffocano la terra ovvero lo sforzo carnale sia pure imperfetto dell’uomo di emanciparsi sempre meglio dal suo costitutivo stato di peccato, cosí come la terra e quindi tutte le insufficienze e i limiti dell’uomo non cancellano o non spengono in lui il cielo o meglio il bisogno di cielo.

Ecco, sia in quanto socialista sia in quanto cristiano, Péguy ebbe vivissimo il senso del limite, della fallibilità umana e infine del peccato: cosí come il buon socialista non può e non deve pretendere sul piano politico di raggiungere la perfezione, di dare la scalata a un cielo di valori assoluti, di fare della politica uno strumento totalizzante della storia umana, allo stesso modo il vero seguace di Cristo è colui o colei che sa come non possa beneficiare della salvifica grazia divina se non in quanto, quali che siano i suoi reali progressi spirituali e le sue buone opere, continui a sentirsi e a vedersi non retoricamente ma obiettivamente nella sua irriducibile ed insuperabile condizione fattuale di peccato.

In questo senso Péguy fu davvero e sempre profetico, perché come socialista non ebbe una concezione totalizzante della politica, ma pose l’accento sul limite del partito e sulla laicità della politica stessa ovvero sul carattere non ideologico della politica e sul suo essere un mezzo (di servizio per l’uomo) e non un fine (di dominio sull’uomo), mentre come cristiano ebbe chiaro che la grazia può sovrabbondare solo in una coscienza sanguinante sino all’ultimo giorno di vita a causa di quella dolorosa ferita prodotta dal peccato e non completamente cicatrizzabile. Infatti, la carità di Dio non può medicare chi non ha piaghe, né può lavare chi non è sporco (non una volta ma sempre), né può rialzare chi non è mai caduto o non cada più. E il bene, allora? Non appartiene più all’uomo, non può essere voluto e attuato dall’uomo? Appartiene all’uomo e può essere frutto della sua libera scelta ma solo nel senso che il bene che può compiere e tutto ciò che in lui vi sia di buono è in realtà opera della grazia di Dio.

Anche la Chiesa, per quanto sia capace di promuovere il bene nel mondo e nella storia dell’umanità, è tenuta a recitare il suo confiteor non solo e non tanto nella liturgia eucaristica ma anche e soprattutto nella liturgia della vita, perché non nella prima ma nella seconda accade spesso che essa si scopra obiettivamente inadempiente o in ritardo rispetto ai compiti ad essa affidati da Cristo. Per esempio, il fenomeno di graduale decristianizzazione o addirittura di crescente scristianizzazione della civiltà occidentale, che già non sfuggiva all’occhio attento di Péguy, non è soprattutto l’effetto di testimonianze tiepide o incerte, di condotte ambigue o indegne, non di rado offerte e tenute da un clero cattolico piuttosto mediocre?

I veri responsabili di quel fenomeno, per l’intellettuale cristiano francese, non erano tanto i liberi pensatori, gli scettici o gli atei militanti, o i cosiddetti relativisti, quanto il clero stesso con la sua formazione teologica fine a se stessa e troppo spesso sganciata da ogni esigenza vera e non meramente omiletica o predicatoria di impegno pratico, di resistenza morale alle concrete e molteplici forme di corruzione presenti nella quotidianità del mondo, di testimonianza intransigente e costosa in antitesi ad una diffusa indifferenza di massa: «La scristianizzazione», scriveva Péguy, «è venuta dal clero. Essa non viene dai laici. Viene dai chierici: ‘Procedit a clericis’».

Questo è accaduto perché la Chiesa istituzionale per troppo tempo ha «fatto del cristianesimo "una religione da borghesi, una religione da ricchi, una specie di religione superiore per classi superiori" in virtù della loro alleanza con l’ordine costituito. Ma più in profondità, il disastro della scristianizzazione è radicato in un "errore di mistica" che consiste nell’aver tolto "il mistero e l’operazione della grazia", misconoscendo, negando, non riconoscendo l’accadere della grazia nel tempo, ciò che il Signore opera efficacemente e quindi anche visibilmente nel presente».

Questo intellettuale cattolico, di origini umilissime, geniale allievo di Romain Rolland e Henri Bergson all’École Normale Supérieure di Parigi, sempre vissuto con la moglie e i figli tra stenti e miserie di ogni genere, autore di analisi etico-filosofiche e politiche tanto rigorose e brillanti quanto prive di sofisticati e complessi orpelli accademici, morto prematuramente nella prima battaglia della Marna il 5 settembre 1914, ci ha lasciato un esempio di cristianesimo radicato nel vangelo, dialogante con il mondo moderno e al tempo stesso intransigente nell’affermazione dell’assoluta centralità della grazia divina nella vita personale di ognuno e nelle complicate vicende della storia umana, nonché attento ai bisogni materiali e spirituali di tutti nel nome e nel segno di un amore non proclamato ma realmente vissuto e praticato, e infine altamente profetico nell’annunciare che Cristo non libera i suoi semplici e i suoi poveri di spirito dalla sofferenza ma «dal soffrire inutilmente».

Senza ipocrisia ma con disarmante onestà, questo cattolico particolare e minoritario di altri tempi, che tanto spirito di verità e di amore, tanta libertà e coraggio, potrebbe insegnare e trasmettere a noi cristiani e cattolici troppo “tiepidi” di questo tempo, nelle sue Lettres scriveva significativamente: «Sono un peccatore…sono un cronista, un testimone, un cristiano della parrocchia, un peccatore, ma un peccatore che possiede tesori di grazia»  [Lettres et entretiens (1873-1914), L’artisan du Livre, Paris 1927].