L'eutanasia nel pensiero di Francesco Bacone

Scritto da Francesco di Maria.

 

L’eutanasia, sin dalle origini della civiltà umana, probabilmente è sempre esistita: nelle società più arcaiche, però, la si trova come eutanasia sociale volta ad eliminare sistematicamente gli individui ritenuti inadatti alla società e incapaci di contribuire al bene sociale. Secondo alcuni la selezione degli individui e in particolare dei nascituri o dei bambini in fasce sarebbe una pratica rinvenibile anche in società più civili e progredite come quella spartana o latina. Qui infatti si aveva a che fare con società militarizzate perché costantemente impegnate in guerra e quindi fondate sul culto della supremazia bellica e del coraggio in battaglia, e quindi con società in cui non si concedeva alcuno spazio agli individui deboli. L’ipotesi può sembrare verosimile ma in realtà non è suffragata da oggettivi dati storico-empirici.

Si deve infatti più alla leggenda che alla realtà storica l’idea che ogni nuovo nato a Sparta venisse fatto esaminare dal Consiglio degli anziani della città, che decidevano di volta in volta se un bambino fosse da ritenere idoneo e dovesse perciò sopravvivere per diventare un vero cittadino spartano o, al contrario, fosse inidoneo fisicamente e psichicamente e dovesse morire quindi abbandonato dal padre sul monte Taigeto.

Ancor meno realistico risulta il racconto secondo cui questa stessa pratica fosse successivamente adottata a Roma in prossimità della rupe Tarpea dalla quale non venivano affatto gettati bambini deformi e disabili ma semplicemente coloro che venivano bollati quali traditori della patria. Tuttavia, è indubbio che tendenze e tentazioni eutanasiche ed eugenetiche, volte a tenere alti i livelli di efficienza psico-fisica della popolazione, attraversino tutta la storia umana a partire dalla Grecia in cui Platone, sia pure con qualche riserva, sembra condividere la preoccupazione politica di provvedere alla “igiene sociale” della polis, affidando allo Stato il compito di esercitare un controllo sulla capacità riproduttiva dei suoi membri in modo che solo i bambini particolarmente sani e forti potessero essere allevati ed assistiti in modo adeguato per poter poi assicurare al popolo il più alto grado possibile di benessere, di sicurezza e di protezione anche sul piano militare.

Ne “La Repubblica”, il filosofo greco scrive infatti che la medicina e la giustizia devono curare esclusivamente «quelli che siano naturalmente sani di corpo e d’anima. Quanto a quelli che non lo siano, i medici lasceranno morire chi è fisicamente malato, i giudici faranno uccidere chi ha l’anima naturalmente cattiva e inguaribile», dove però si resta ancora lontani dalla concezione moderna dell’eutanasia come “dolce morte” da procurare volontariamente a individui deformi o disabili e ai pazienti più gravi. Piuttosto si trattava di non prendersi cura e di lasciare i più deboli al proprio destino.

Di parere molto diverso era Ippocrate, il fondatore della medicina scientifica greca e occidentale, ben noto ai quasi contemporanei Platone e Aristotele, dal momento che egli, nel suo celebre “Giuramento”, viene ponendo le basi di una moderna deontologia medica fondata sull’assoluto rispetto della persona e della vita umana: «Regolerò il tenore di vita per il bene dei malati secondo le mie forze e il mio giudizio, mi asterrò dal recar danno e offesa. Non somministrerò ad alcuno, neppure se richiesto, un farmaco mortale, né suggerirò un tale consiglio; similmente a nessuna donna io darò un medicinale abortivo. Con innocenza e purezza io custodirò la mia vita e la mia arte».

Se in filosofi sommi come Platone e lo stesso Aristotele (seppur in termini più attenuati rispetto al primo) l’eutanasia è trattata comunque, sia pure con qualche perplessità di natura etica, anche come possibile tecnica di eliminazione fisica di soggetti soprattutto adulti gravemente malati e peraltro inadatti ormai a vivere in società, in Ippocrate per la prima volta essa comincia ad essere trattata nel senso di “dolce morte”, non secondo la corrente accezione moderna di anticipare la fine della vita ma di preservarla il più possibile dall’atroce dolore provocato da determinate malattie, con riferimento quindi alle problematiche pratiche del malato e ai bisogni che spingono un individuo a desiderare la morte e, come ben si può evincere dal brano citato, egli oggi andrebbe incluso nell’elenco degli obiettori di coscienza, di quei medici cioè che non accettano l’idea che essi possano impedire artificialmente la nascita di una creatura o accorciare la vita del paziente anche se sia lui stesso a farne richiesta.

Con l’avvento del cristianesimo, la vita umana comincia a rivestire valore per se stessa e ad assumere un significato sacro e inviolabile, per cui in tutto il Medioevo, e sino almeno al XV secolo dopo Cristo, ogni forma di soppressione volontaria della vita venne considerata come un gravissimo peccato contro Dio in quanto ci si privava in tal modo del dono più grande e prezioso concesso da Dio agli esseri umani. Per San Tommaso, l’eutanasia, non meno del suicidio, è un atto moralmente riprovevole perché solo Dio può decidere la vita e la morte di ognuno di noi.

Ma nel XVI secolo Tommaso Campanella, nella sua opera utopica “Città del Sole” riprende una concezione eugenetica della società che lo avvicina molto all’impostazione platonica, giungendo a sostenere l’opportunità di predeterminare o combinare i matrimoni e di controllare accuratamente la stessa vita sessuale dei sudditi.

Nell’età moderna, infine, sia pure sempre più al di fuori di preoccupazioni sociali e finalità politiche come d’altra parte di premesse e presupposti di ordine religioso o teologico, l’eutanasia continua ad essere trattata in chiave etica più che medico-esistenziale, ovvero più nel senso di chiedersi se sia o non sia lecito dare la morte a un malato per evitargli gravi sofferenze che non nel senso di mostrarsi sensibili al vissuto e ai problemi pratici di un malato che, pur di dar fine alle sue pene, chiede di essere aiutato a morire.

L’unica eccezione da questo punto di vista, nel quadro della modernità, è costituita da colui che può essere considerato come il filosofo, l’alfiere, l’ideologo della modernità scientifica e religiosa, vale a dire Francesco Bacone. Il Lord Cancelliere inglese, che per primo introdusse il termine eutanasia nel moderno linguaggio medico, è un calvinista che rinnova profondamente la mentalità religiosa tradizionale, in quanto per lui la scienza e la tecnologia che vi è connessa non è più una nemica della fede ma una sua alleata, che deve essere concepita in funzione del regnum hominis ma al tempo stesso del regnum Dei e ad majorem gloriam Dei. In questo quadro, le finalità della fede non possono non coincidere anche con alcune finalità di grande rilevanza umana. Tra queste finalità è anche quella del dovere della scienza medica di portare sollievo ai pazienti sofferenti che vanno dunque trattati come persone e non come mera espressione di un caso etico astratto.

La scienza dev’essere caritatevole e non astratta o puramente speculativa. In questo senso, scrive Bacone, i medici devono acquisire precise conoscenze specialistiche che consentano loro non solo di trattare le malattie per grandi linee o su un piano prevalentemente teorico ma di curarle adeguatamente applicando «scrupolosamente i rimedi particolari che, secondo la loro proprietà, convengono ora all’una, ora all’altra delle malattie» (Della dignità e del progresso delle scienze, 1623, in “Opere filosofiche”, a cura di E. De Mas, Bari, Laterza 1965, 2 voll., vol. II, pp. 208-215). Ma se è già evidente l’attualità di queste considerazioni, ancor più attuale, in tutta la sua connessa problematicità, è proprio il punto in cui Bacone propone e giustifica l’eutanasia, che egli, pur sempre in un ben preciso contesto religioso, definisce come una non «piccola parte della felicità umana».

La medicina, osserva Bacone, deve preoccuparsi non solo di ristabilire la salute ma anche di mitigare il dolore, là dove però «questa mitigazione del dolore non serve soltanto quando essa, con la eliminazione di un sintomo pericoloso, può giovare a condurre alla convalescenza; ma serve anche quando manchi ogni speranza di guarigione, per dare una morte più serena e placida», per cui fanno male i medici ad «abbandonare i malati quando sono giunti agli estremi, mentre, a mio giudizio, se essi fossero coerenti al loro ufficio e alla umanità, dovrebbero imparare l’arte di aiutare gli agonizzanti ad uscire da questo mondo con più dolcezza e serenità, e praticarla con diligenza» (Ivi, pp. 216-217).

Tuttavia, qui non è chiaro se la terapia eutanasica venga intesa come terapia che procuri la morte in un paziente pur oltremodo debilitato e sofferente o come terapia che accompagni il paziente verso una morte naturale contribuendo solo, seppur efficacemente, a lenirne il dolore sia sul piano fisico che su quello psichico. Nel primo caso, infatti, si avrebbe a che fare con una morte indotta artificialmente, mentre nel secondo caso si avrebbe a che fare con una morte non dolorosa ma pur sempre naturale e non anticipata artificialmente.

Anzi, poiché Bacone riferisce l’eutanasia agli “agonizzanti”, a coloro che sono obiettivamente e irreversibilmente in fin di vita, sembrerebbe che egli sia orientato più verso le cosiddette cure palliative o meglio verso una moderna ed equilibrata terapia del dolore che non verso una terapia letale, una terapia intenzionalmente predisposta a “dare la morte”. Per il filosofo inglese lo scopo del medico dev’essere non già quello di accorciare la vita del paziente ma solo quello di far sí che la morte naturale non avvenga in modo doloroso o avvenga nel modo meno doloroso possibile.

La modernità scientifica e religiosa di questa posizione consiste nel fatto che, come è evidente, la tradizione cristiana dell’amore agapico verso Dio e verso il prossimo non viene abbandonata ma rinnovata e riproposta all’interno di un modo di intendere la scienza molto diverso da quello medievale in cui essa era stata considerata prevalentemente non solo come subordinata alla teologia ma anche come un’attività intellettuale “pura”, e quindi sganciata da ogni rapporto con finalità pratiche e utilitarie della vita in genere.

Bacone pensava che la scienza tanto più utile sarebbe stata alla fede religiosa quanto più autonoma si fosse resa dalla teologia e quanto più libera fosse stata nello sviluppare le sue ricerche, i suoi metodi, le sue tecniche in funzione dei bisogni pratici dell’esistenza umana. In particolare si trattava di superare la concezione individualistica della scienza medievale e di ampliare e massimizzare quella struttura collaborativa, comunitaria, democratica dell’impresa scientifica in virtù della quale quest’ultima sarebbe risultata molto più efficace soprattutto nel campo delle invenzioni, che nel Medioevo non erano mancate completamente (si pensi agli occhiali, agli orologi da torre, ai martelli idraulici che potenziavano la forza dei mulini a vento, l’organo a canne per la liturgia ecclesiale) ma che dovevano essere incentivate e rese molto più numerose per il progresso materiale e civile del mondo e per una sempre maggiore glorificazione di Dio nella storia degli uomini.

In tale contesto radicalmente innovativo, i cui principali punti di riferimento erano costituiti da scoperti sconvolgenti e rivoluzionarie come la polvere da sparo, la bussola e la stampa, Bacone poneva per l’appunto anche l'idea di una nuova scienza medica comprensiva di tecniche eutanasiche volte però non a dare la morte, con o senza il consenso del paziente, ma ad alleviare le terribili pene di pazienti senza speranza di guarigione.  

Dopo Bacone, in particolare nel secolo XX le tecniche eutanasiche sarebbero state spesso usate come tecniche di sterminio razziale o per scopi assolutamente disumani. Ma in Bacone sono contenuti in germe i termini del complesso, aspro e contraddittorio dibattito contemporaneo sull’eutanasia; anche ma non solo per questo meritano qui di essere ancora ricordate le parole scritte sulla straordinaria modernità baconiana da uno studioso del Lord Cancelliere: «Con la sua visione utilitaria del sapere, Bacone fu il principale architetto di un nuovo edificio di pensiero, da cui era bandita la rassegnazione e in cui a Dio spettava un posto speciale. Il nome di questo edificio fu progresso e potere…Sebbene al suo tempo altri fossero coscienti delle ripercussioni delle invenzioni pratiche sulle condizioni di vita, Bacone fu il primo a pensarci in termini profondi e sistematici. A leggerlo oggi, Bacone continua a sorprenderci per la sua modernità. Non ci troviamo mai lontani dal concetto oggi familiare che la scienza sia fonte di potere e progresso» (N. Postman, Technopoly. La resa della cultura alla tecnologia, Torino, Bollati Boringhieri, 1993, pp. 40-41).