Una teologia troppo "creativa"

Scritto da Alfredo Bonvicini on . Postato in Compagni di viaggio, articoli e studi

 

Ad Enzo Bianchi che lo ha accusato di gnosticismo, Vito Mancuso (in “La Repubblica” del 28 aprile 2009) ha replicato che l’accusa è infondata perché «scambia per eresia gnostica l’esercizio della libertà di coscienza a livello teologico». In altri termini, quello di Bianchi sarebbe un attacco ad un sapere teologico basato «sul primato della coscienza» nel nome dei criteri cattolici della tradizione, sinonimo di «passato», e dell’autorità, sinonimo di «forza». Come se il rifarsi alla “tradizione” e all’ “autorità” fosse per ciò stesso una violazione del “primato della coscienza” e potesse invalidare da solo le critiche di gnosticismo a lui rivolte. E’ d’altra parte lo stesso Mancuso che si definisce «eterodosso», nel senso, spiega lui stesso, «che certi miei pensieri non sono allineati alla dottrina ufficiale». Ma non sarebbero allineati, precisa, semplicemente perché quando nel magistero della Chiesa «non vedo rispettato il primato del logos, esercito la mia coscienza perché lo sia». Accidenti, che modestia! Comunque, il teologo lombardo dice di non essere gnostico perché lo gnosticismo ritiene che sia la conoscenza a salvare mentre per lui a salvare è “la giustizia”; che quella conoscenza sia rivelata a pochi da Cristo salvatore e redentore mentre per lui ogni uomo, dentro e fuori della Chiesa, può attuare la giustizia che non deve passare attraverso alcun mediatore in quanto direttamente connessa alla logica della creazione; che vi sia un’insuperabile contrapposizione tra materia e spirito mentre per lui, nell’ordine stesso della creazione, non c’è alcuna contrapposizione. Che pare francamente insufficiente per porsi al riparo dall’accusa di eresia, gnostica o non gnostica poco importa.

 Ma il punto decisivo è il nesso salvezza-storia, in quanto il cristianesimo tradizionale lega la salvezza “all’evento storico di duemila anni fa”, per cui chi non accetta quell’evento e non intende esserne partecipe non può salvarsi. E allora, obietta Mancuso con l’aria del furbetto già pronto ad incastrare l’interlocutore, tutti coloro che hanno vissuto prima di Cristo non potranno salvarsi? In realtà, è noto che tutti gli uomini “giusti” che hanno preceduto il Cristo e hanno vissuto secondo gli insegnamenti divini che fu loro possibile conoscere, ottengono ugualmente la salvezza perché, pur non avendolo conosciuto, hanno creduto con la loro stessa vita ad un messia che avrebbe salvato l’umanità dal peccato e dalla morte. In secondo luogo, è strano che Mancuso non capisca, o almeno cosí sembra dal suo ragionamento, che il regno dei cieli, che egli equipara assai riduttivamente e superficialmente al regno delle idee di Platone e al regno dei fini di Kant, comincia a realizzarsi proprio all’interno di quella Chiesa che Gesù ha lasciato agli uomini come compito di perfezionamento spirituale illimitato da eseguire nella storia, personalmente e comunitariamente, sia pure in mezzo ai limiti e ai peccati che sono propri della natura e della storia umane.

Se il regno dei cieli è, come dice san Pietro, un regno di perfetta giustizia, si tratterà di amare la Chiesa di Cristo come l’ambito spirituale in cui ci si dovrà esercitare a realizzare nel modo più perfetto possibile, con l’aiuto costante della grazia divina e quindi della infinita misericordia di Dio, un regno che non è di sole idee né di soli fini già precostituiti e indipendenti dalla spiritualità evangelica ma di precise realtà umane intrise di libertà, di uguaglianza, di amore incondizionato verso Dio e verso gli uomini secondo i dettami evangelici. Non è che la Chiesa coincida con il regno dei cieli ma essa è lo spazio spirituale entro cui viene lievitando, nonostante errori omissioni e colpe gravi di un’umanità in cammino, il regno di Dio, un regno che Dio vuole sia costruito anche dagli uomini perché un giorno possa essere pieno di tutti i loro sforzi migliori, di tutti i loro pensieri più veri e profondi, di tutte le loro opere più pure, di tutte le loro preghiere e le loro lodi al Signore più ispirate e sentite.

Ecco: la salvezza, nella sua pienezza o nella sua massima esplosione di vita, si viene inscrivendo proprio in questa Chiesa universale e per ciò cattolica che è e resta indissolubilmente legata a quell’evento di duemila anni fa che non è affatto particolare, se non per occhi distratti o superbi, ma il più universale degli eventi umani, l’evento che tutti gli altri in sé racchiude come eventi da depurare continuamente, proprio per mezzo e alla luce di esso, dai loro aspetti ed effetti più effimeri deteriori o dannosi ai fini di un regnum hominis  quanto più vicino possibile a quel regnum Dei che è il termine ultimo della nostra fede e del nostro impegno in Cristo. Che fuori della Chiesa non vi sia salvezza significa dunque che la salvezza piena, integrale, perfetta, cosí come l’ha pensata nostro Signore per gli esseri umani, può trovarsi e cercarsi solo nella sua Chiesa, il che non implica la necessaria dannazione di quanti, al pari dei loro antenati di epoche precristiane, abbiano fatto in buona fede di tutto, pur professando fedi ed etiche diverse da quella cattolica, per riconoscere e amare nel corso della loro vita il Cristo, il loro vero Salvatore. 

 Certo, in parte è come dice Mancuso che cita Giovanni 4, 24: «Dio è spirito e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità» (ivi), per cui, com’egli afferma, «ogni essere umano che nella sua coscienza e nel suo cuore vive nello spirito della verità (la cui esperienza più alta si chiama pratica del bene e della giustizia) entra nella di­mensione peculiare del divi­no e quindi è salvo, si tratti di un uomo dell’età della pietra, di un antico egizio, di un ebreo o di un indù di oggi» (ivi). Con la doverosa precisazione però, omessa o ignorata da Mancuso, che con Cristo e dopo Cristo viene rivelato e spiegato una volta per sempre il concetto di Dio come Spirito, di Dio cioè che non può essere pensato e vissuto idolatricamente e quindi come esclusivo prodotto di ansie, timori, bisogni, speranze o illusioni personali. Sono solo le parole di Gesù che ci permettono di comprendere il significato reale di tale concetto. Sono solo le parole di Gesù a farci giungere la voce dello Spirito e a trasmettere la vita. E, siccome Gesù è Dio, il Dio-Spirito agisce nella storia unicamente in connessione con quell’evento “particolare” ed unico che fu ed è l’incarnazione stessa di Dio.

 Dio è spirito incarnandosi e santificando la carne umana. Ma coloro che non accettano che la propria carne, quindi la propria corporeità e psichicità siano santificate e spiritualizzate da Cristo-Dio incarnato, non possono sentire lo Spirito, non possono ascoltarne la voce, non possono parlare nel nome e per conto dello Spirito di Dio. E vivere nello spirito della verità non significa semplicemente “praticare il bene e la giustizia” ma praticarle in Gesù Cristo. Mancuso omette di ricordare che lo stesso evangelista da lui citato menziona esplicitamente le parole di Gesù: «senza di me non potete far nulla» (Gv 15, 1-8). Tutto ciò, è da ribadire, non esclude che l’antico egizio, l’ebreo o l’indù di oggi possano essere ugualmente salvati da Dio: dipenderà dagli sforzi effettivi da essi compiuti per ascoltare la voce dello Spirito che indica a tutti coloro che vivono in buona fede la giusta direzione da prendere, dipenderà dal modo in cui ognuno pur senza conoscerlo si sarà impegnato per conoscerlo ed osservarne i comandamenti. Mancuso ha insistito ancora, in un suo recente incontro a Montefano del 29 aprile 2009 presso il Centro di studi biblici “G. Vannucci”, su questo concetto:  «Io non posso pensare che Dio, che è Padre di tutti gli uomini, non abbia rivelato se stesso anche ai buddisti, per esempio, o agli indù o ai musulmani. Non posso pensare che questo Padre, di cui Gesù ha parlato nel Vangelo, che lascia le 99 pecore perché va a cercare l’una, che è così premuroso, poi la gran parte dell’umanità l’abbandoni a se stessa». Ignora forse che Dio si è già rivelato a tutta l’umanità una volta per sempre attraverso il suo Cristo che ha dato il lieto annuncio al popolo d’Israele e ha incaricato la sua Chiesa di continuare a portare e a promuovere tale annuncio di salvezza sino agli estremi limiti del mondo? Non dovrebbe sentirsi mobilitato, da cattolico qual egli dice di essere, a testimoniare la sua fede in Cristo e nel suo vangelo, senza alcuna pretesa di colonizzazione religiosa s’intende, anche tra i buddisti, gli indù e i musulmani? Le “pecorelle smarrite” Dio le cerca e le salva certamente anche oltre ogni possibile steccato, ma vuole anche che noi contribuiamo a cercarle e a salvarle per lui non tacendo Cristo bensí annunciandolo apertamente con la parola e con l’esempio. 

La teologia di Mancuso ha a che fare più con una teologia naturale che con una teologia cattolica: il guaio è che egli pretende di fare teologia nel nome e per conto dei cattolici. E, purtroppo, non è l’unico a spacciarsi per paladino dell’autentica fede cristiana proponendo una teologia che più che originale appare disinvolta e talvolta contorta. Sembra non rendersi conto che non c’è teologia al di fuori delle essenziali verità pronunciate da Cristo, a cominciare da quella per cui solo lui è la via, la verità e la vita. Non c’è specializzazione teologica, visto che per Mancuso la teologia è solo per gli specialisti (Intervista a Vito Mancuso, a cura di S. Salomone, Montefano –MC-, 30 aprile 2009), che possa essere minimamente di una qualche utilità, almeno per i cattolici intelligenti, se ci si intestardisce, nel nome di un presunto o ambiguo primato della libertà di coscienza, a parlare di Dio anche a prescindere da Cristo o al di fuori dei suoi insegnamenti correttamente intesi e riportati. Né è sufficiente precisare che la ragione teologica non possa essere esercitata senza conoscere ed amare la complessa e contraddittoria storia della Chiesa, che è come dire senza «un’assoluta onestà intellettuale».

 Anche se, a dire il vero, il teologo lombardo esprime proprio su questo tema un giudizio assai pertinente: «La chiesa», egli dice infatti, «non è solo un centro di potere, è anche comunità, e anche universalità, è anche cura della solidarietà. C’è bisogno dell’istituzione, questo è quello che voglio dire. Noi non possiamo pensare di fare a meno della dimensione istituzionale della Chiesa. Tutto ciò che non ha una dimensione istituzionale in questo mondo prima o poi viene meno. La storia è un posto difficile in cui vivere, ha una regola precisa, che è la regola della forza. E per esserci, per consistere in questa storia, la dimensione istituzionale è decisiva, la storia della chiesa ce lo insegna. Tutti quei movimenti che all’inizio non avevano una dimensione istituzionale, poi, o sono scomparsi o si sono dati loro stessi una forma istituzionale. La Riforma Protestante è nata contro l’istituzione della Chiesa, poi è diventata a sua volta una Chiesa istituzionale; e ha avuto la sua dogmatica, ha avuto i suoi tribunali, ha avuto i suoi roghi, e così via. Quindi questa è una dinamica, questa della dimensione Spirito/istituzione, che fa parte costitutiva della dialettica della storia. Non bisogna soffocare lo Spirito, facendo sí che l’istituzione lo schiacci, al contempo però non bisogna essere ingenui da pensare che si possa fare a meno di una dimensione istituzionale. Occorre che la dimensione istituzionale sia sempre più fecondata dalla dimensione spirituale. Nella dialettica fra questi due aspetti Spirito/istituzione, nell’armonia tra questi due aspetti, consiste il vero volto della Chiesa» (ivi).

Ma francamente è troppo poco perché la sua teologia troppo “creativa” possa aiutare cristiani e non cristiani nella ricerca di Cristo unico ed eterno Salvatore del genere umano.